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È TEMPO DI PARLARE DI NOI!

17 gennaio 2019

https://transitionnetwork.org/news-and-blog/its-time-to-talk-about-we/ tradotto da Paola Scagliarini

Naresh Giangrande, co-fondatore di Transition Town Totnes e Transition Network e, fino a poco tempo fa, il nostro Coordinatore della Formazione, condivide alcune riflessioni personali sull’impatto e il potenziale del movimento della Transizione. Sappiamo che molte persone intorno al nostro movimento stanno attualmente facendo domande simili in questi tempi turbolenti. Naresh offre una prospettiva e siamo ansiosi di creare lo spazio per altre esperienze e punti di vista da condividere come parte di una conversazione ampia e profonda sulla nuova direzione per il movimento di transizione. Ti invitiamo a pubblicare commenti per aiutare a far partire questa conversazione!

La portata e il ritmo di distruzione causati dall’economia mondiale stanno accelerando, nonostante gli sforzi dei movimenti di base per creare cambiamenti e nuove direzioni. In questo momento, non vedo uno scenario realistico per modificare la nostra spaventosa incapacità di catalizzare un cambiamento significativo; è ora che ne abbiamo uno!

La Transizione propone che creando modi migliori di vivere oggi possiamo, attraverso questo processo, creare un domani migliore. Milioni di organizzazioni dal basso, di base e iniziative in tutto il mondo stanno creando il mondo che vogliono, nel luogo dove si trovano, in modi diversi. La transizione fa parte di un ecosistema di cambiamento. Mentre questo ecosistema di cambiamento ha indubbiamente cambiato molti posti in meglio, molti decenni di lavoro di base intenso ed impressionante (oltre 12 anni di Transizione) non hanno modificato la traiettoria della Società di Crescita Industriale verso una cultura rigenerativa [https://medium.com/insurge-intelligence/sustainability-is-not-enough-we-need-rigenerative-cultures-4abb3c78e68b]. Questo post si chiede perché, se sia addirittura realistico pensare che avrebbe potuto cambiare la traiettoria, e cosa dovrebbe succedere per creare un cambiamento della portata necessaria.

Il processo e la pratica della Transizione possono essere riassunti nelle tre domande di Sophy Banks che i Transizionisti si fanno:

Se guardiamo senza paura alle questioni che ci stanno di fronte, cosa vediamo?
‘Come potrebbe essere la migliore città / villaggio / città?’ Che aspetto avrebbe?
Quali cose concrete e pratiche possiamo fare adesso per rendere questa visione una realtà?

Il modello e il processo della Transizione offre ciò che è fondamentalmente progettato per fare:

Coinvolge le persone in modo stimolante utilizzando ogni nostra capacità creativa.
Permette a un gran numero di persone di esercitare la propria capacità di agire in modi che fanno la differenza.
Funziona ad un livello in cui possiamo fare la differenza, cioè localmente.
Possiamo iniziare a creare il mondo che vogliamo ora.
Riaccende il benessere della comunità.
La transizione manifesta, in modi tangibili, il nostro amore per il mondo.

Mentre il cambiamento a livello locale ha creato pezzi pratici di una cultura rigenerativa, che una iniziativa emersa dal Centro di Resilienza di Stoccolma ha definito le sementi di un Buon Antropocene [https://goodanthropocenes.net/], non siamo però riusciti a modificare in modo significativo e misurabile il quadro generale. Noi, il grande Noi, stiamo fallendo. Vedo i movimenti di base come parte del nostro processo a livello sistemico globale culturale e collettivo globale di movimento verso una cultura rigenerativa. Non possiamo farlo da soli. Abbiamo bisogno di più Noi.

Cosa sta Fallendo?

Non importa con che metro misuriamo la cosa, fatto sta che non siamo riusciti a:

Ridurre le emissioni di carbonio
Creare un sistema economico che rispetti i limiti della terra
Creare una società che generi eguaglianza economica e giustizia sociale
Aumentare la biodiversità
Ridurre l’inquinamento

Figura: Stime di come le diverse variabili di controllo per sette confini planetari sono cambiate dal 1950 a oggi. Il poligono ombreggiato in verde rappresenta lo spazio operativo sicuro. Fonte: Steffen et al. 2015 Per gentile concessione del Centro di resilienza di Stoccolma

Dopo oltre dieci anni di lavoro nel cuore del movimento di Transizione, sento la necessità di chiedere perché e “Cosa si può fare per avere un impatto maggiore?”

Non sto diminuendo o mancando di rispetto agli enormi sforzi e ai risultati straordinari che sono stati dimostrati quotidianamente dai gruppi di Transizione (e da altre iniziative di base) in tutto il mondo. È davvero impressionante e stimolante. [https://transitionnetwork.org/stories/]. La nostra mancanza di impatto non è per mancanza di sforzo, immaginazione o creatività. I transizionisti incarnano moltissimo queste qualità.

Sto scrivendo questo come una riflessione e una richiesta. Spero che mettendo in discussione le nostre supposizioni e convinzioni, possiamo trovare i prossimi passi per creare un cambiamento verso una cultura rigenerativa. La mia impressione è che siamo ancora nelle prime fasi della co-creazione di un movimento che possa veramente interrompere i nostri attuali percorsi insostenibili e creare un cambiamento sistemico. Nei primi giorni della transizione abbiamo spesso parlato di come forse conoscessimo l’A B C della Transizione. Dodici anni dopo siamo andati oltre D o E? Credo che siano necessari molti più passaggi e processi, alleanze e iniziative attualmente impensabili per consentire i prossimi passi in un movimento efficace verso una cultura rigenerante.

I movimenti di base per il cambiamento da soli non saranno chiaramente sufficienti per creare le modifiche del sistema e i movimenti sismici necessari per creare il cambiamento di cui abbiamo bisogno. Ma qualche nuova forma di cooperazione tra cittadini, governi e imprese potrebbe essere efficace? Se è così, come potrebbe accadere? Questo post esaminerà i problemi e le problematiche che si presentano al movimento della Transizione (e alla maggior parte delle iniziative di base), su cui c’è poca discussione. Spero che riflettere sui nostri problemi ci consenta di essere più chiari e concentrati sui modi per creare le condizioni per una cultura emergente rigenerante.

I problemi che affrontiamo come Movimenti di base per il Cambiamento

Dal mio periodo di lavoro con i gruppi di Transizione in tutto il mondo, ho visto questi problemi presenti in quasi tutti i gruppi di Transizione. Mi portano a chiedere se stiamo lavorando nel modo giusto, o se stiamo ponendo le domande giuste, o lavorando in un modo che alla fine produrrà cambiamenti, o se la struttura del Sistema di Crescita Industriale in qualche modo impedisce il cambiamento sistemico fondamentale. Ecco alcuni dei principali ostacoli.

1) I movimenti di base sono affamati di risorse

Tempo e denaro sono i più importanti. Facciamo affidamento su volontari, in molte parti del mondo questi sono volontari sproporzionatamente anziani, perché hanno tempo da dedicare spesso grazie all’alleggerimento della responsabilità di perseguire una carriera, crescere una famiglia e fare soldi. I giovani di cui più abbiamo bisogno sono spesso poveri di tempo e denaro. Ho perso la cognizione del numero di giovani che mi hanno chiesto come essere coinvolti e di riuscire a guadagnare ancora abbastanza denaro per pagare l’affitto.

La maggior parte dei gruppi di Transizione fatica a finanziare strutture di base come siti web, un ufficio, spazi per riunioni, supporto amministrativo. Puoi fare molto senza soldi, ma senza risorse significative la maggior parte dei gruppi di Transizione raggiunge un limite alla propria efficacia. Le persone chiave si bruciano a causa delle dimensioni e del lavoro necessario per costruire strutture alternative come le cooperative, raccogliere significativi capitali di investimento o semplicemente mantenere un’organizzazione trasparente e democratica. Per raggiungere il livello di cambiamento che cambierà il sistema attuale, abbiamo bisogno di organizzazioni, potere e influenza – e ciò richiede denaro nell’attuale paradigma.

Le strutture che permettono di agire sono importanti. I centri di Transizione come Transition US [http://transitionus.org/] o Transition Brazil [https://transitionbrasil.ning.com/] aiutano a connettere e supportare i gruppi di Transizione che operano in determinati territori. Tuttavia, gli hub di Transizione, con rare eccezioni, non riescono a trovare finanziamenti e anche l’organizzazione internazionale è sotto finanziata. Non ci sono percorsi chiari per un finanziamento adeguato. I finanziamenti governativi vengono spremuti e nella maggior parte dei casi non sono disponibili, il che lascia solo possibilità di fondi di beneficenza o di creazione di un ramo commerciale. Nessuno di questi fornirà i finanziamenti necessari per catalizzare e supportare il cambiamento al livello necessario.

Il principale fondamento teorico del cambiamento di base, Strategic Niche Management (SNM) e Transitions Management propone che il cambiamento spesso emerga attraverso esperimenti su piccola scala che possono svilupparsi e adattarsi in “nicchie protette” e quindi, quando il sistema dominante inizia a collassare, possono seminare e informare ciò che viene dopo. Questa è una descrizione perfetta di una tecnologia di cambiamento sociale come la Transizione. Tuttavia, per molte ragioni, il cambiamento sociale è una delle dimensioni del cambiamento più difficili da influenzare. I vincoli e le assunzioni culturali, sociali ed economiche impediscono che il cambiamento avvenga in questo ambito. E dato che il cambiamento di cui abbiamo bisogno è tecnico, sociale, politico, culturale e psicologico, diventa una cosa molto difficile.

I creatori del cambiamento di base stanno creando il terreno da cui emergerà la sopravvivenza futura della nostra cultura, della nostra specie e della vita sulla terra. I leader aziendali, i politici e le grandi organizzazioni filantropiche che conoscono le difficoltà in cui ci troviamo e la portata dei cambiamenti necessari dovrebbero farsi avanti. Dovrebbero fornirci le competenze, il supporto, le risorse finanziarie e il know-how per esplorare e ampliare in modo rapido e affidabile i modi alternativi di vivere e lavorare. Non lo stanno facendo. Perchè no? La maggior parte della filantropia è mirata a migliorare gli effetti peggiori dei sistemi attuali, piuttosto che a cambiare il sistema. Lavoriamo in condizioni in cui siamo ostacolati e non abbiamo ciò di cui abbiamo bisogno per avere successo. Dopo oltre dieci anni la mia domanda per i produttori del cambiamento è: Perché sopportiamo questa mancanza di supporto e riconoscimento? E la domanda che ho per la società dominante e il business (che hanno le risorse) è: Perché così pochi sono disposti o in grado di rendere disponibili quelle risorse?

2) Cambio di sistema – chi lo vuole?

Le strutture di potere, politiche e legali sono catturate dalle élite e dalle multinazionali che agiscono per mantenere e aumentare il loro potere, i loro profitti e privilegi. Perché non dovrebbero? È il gioco e, dal mio punto di vista, sembra che non abbiano altra scelta che giocare. Ciò lascia ben poco spazio per il cambiamento sistemico necessario – il cambiamento di cui abbiamo bisogno a tutti i livelli (personale, locale, nazionale e internazionale) e in ambito sociale, politico, economico ed ecologico.

La transizione e altre iniziative di base sono al di fuori della finestra di Overton [link: http://thefutureprimaeval.net/the-overton-bubble/%5D, da cui proviene il cambiamento di cui abbiamo bisogno. Ma ci sono costi, oltre alle libertà, per operare nella natura selvaggia. Hai molta libertà per sfidare l’indiscutibile e dire l’indicibile. E uno dei costi è che è estremamente difficile essere ascoltati. Quindi l’accordo è, se stai operando al di fuori della finestra di Overton, devi farlo senza risorse adeguate usando il tuo ingegno, la tua ingenuità, creatività e passione. Puoi muoverti velocemente e fallire rapidamente. Il successo, se raggiunto, sarà una prova rudimentale del concetto. Portarlo alla giusta dimensione, la divulgazione, la diffusione di massa e tutto il cambiamento culturale che ne consegue richiede più di una dimostrazione di concetto. Ha bisogno di risorse e organizzazioni.

Se prendiamo, per esempio, il cambiamento necessario per i nostri sistemi economici, per le imprese, anche per gli affari innovativi, non ci porterà dove dobbiamo andare. Il cambiamento sistemico del sistema economico è al di fuori della portata di qualsiasi azienda o anche settore economico. Per sopravvivere negli affari devi giocare secondo le regole fondamentali su cui si basa il business. Certo, il cambiamento tecnico è parte integrante del sistema economico, ma solo all’interno di una gamma ristretta di possibilità di mercato. Sfortunatamente, molti leader aziendali progressisti pensano che le soluzioni di cui abbiamo bisogno possano venire dal business, il che non è realistico. Non può essere così e questo non sosterrà il tipo di cambiamento sistemico di cui abbiamo bisogno. Il capitalismo non da, non ha mai dato e non darà mai la priorità alla salute delle persone, degli ecosistemi o della vita sui profitti. Non può. Ma le imprese – le multinazionali – hanno tutte le risorse e il cambiamento non è possibile senza quelle risorse. Dove sono le partnership tra aziende, governo e organizzazioni per il cambiamento radicale dal basso? Dove sono le imprese radicali che sfidano il modello capitalista?

Gli uomini d’affari sono di solito molto pragmatici. Quindi, dove e come può emergere il cambiamento a livello del nostro sistema macroeconomico? Puoi indicare qualche esempio? No! La motivazione del profitto non ci porterà dove dobbiamo andare. Cosa potrà farlo? È giunto il momento per le imprese di istituire divisioni di cambiamento di paradigma ben finanziate per esplorare quale possa essere un cambiamento di paradigma che non sia guidato dal mercato, che non sia gestito dallo stato, e che non sia socialista e per creare i percorsi per arrivarci. Abbiamo bisogno di te e tu hai bisogno di noi. Le innovazioni su piccola scala (create dai movimenti di base) non scaleranno o supereranno il sistema economico esistente, ed è difficile vedere come emergeranno e sfideranno il sistema macroeconomico. Il che mi porta al punto successivo.

3) Non esiste ancora un’alternativa sperimentata ed esauriente al sistema economico capitalista, dipendente dalla crescita

Perchè no?

Ci sono molti modi per comprare cibo, energia o altre cose. L’innovazione abbonda nell’economia locale. Tuttavia, non esiste un’alternativa al capitalismo del mercato. Con questo intendo la grande cosa che sta in cima ai processi economici. Quella che richiede una crescita costante. Nessun paese, dalla fine del comunismo, ha provato un diverso sistema economico globale. Ci sono proposte e idee. Tuttavia ci sono alcune grandi difficoltà:

Coloro che sono al potere non lo abbandoneranno facilmente.
Ci vorrà una campagna politica globale prolungata. Si tratta di un sistema enorme e anche se venisse introdotto qualcosa, una specie di meccanismo di riduzione del consumo progressivo o graduale, dovrebbe essere fatto su una scala tale che sarà molto difficile da implementare senza scontrarsi con il sistema esistente. E la complessità di questo è oltre la mia capacità di pensiero (pensa ai tempi della Brexit come ordine di grandezza)
È difficile vendere ottenendo meno, senza ottenere più di qualcosa. Questo più di qualcosa potrebbe essere consapevolezza, comunità, connessione, saggezza o amore. Non sono sicuro che il genere umano sia pronto per lo spostamento di coscienza che alcuni sostengono. Riesci a immaginare la maggior parte delle persone che optano per un insieme di aspirazioni meno tangibili?
Potrebbe non esserci una via d’uscita dal progetto di civilizzazione e crescita continua. Potremmo aver creato una trappola per noi stessi, dalla quale non possiamo sfuggire.

4) Non abbiamo messo l’importanza del Cambiamento Interiore al centro, insieme al cambiamento esterno

Durante il mio tempo trascorso nel movimento di Transizione ho imparato che uno dei nostri contributi più unici e importanti al processo di cambiamento è l’allineamento del cambiamento interiore ed esteriore. Potrebbe sembrare ovvio, ma il sistema è noi. È in noi e, a meno che non sfidiamo attivamente e sistematicamente quelle parti interiori che mantengono in funzione il sistema attuale, gestiranno lo stesso sistema, creando le stesse scelte da poco e in effetti rendendo irrilevante qualsiasi cambiamento . E quel “nuovo” sistema sarà altrettanto opprimente e incapace di affrontare le realtà attuali come lo era il vecchio sistema. Ciò che rende questo molto dannoso è che all’inizio non sembra così, o pensiamo di aver superato il patriarcato o le gerarchie, quando non è così. I semi della nostra natura veniale sono lì e cresceranno e matureranno a meno che non cambiamo attivamente.

Sophy Banks mi ha detto una mattina che si è resa conto che uno dei compiti dei leader in questo movimento di cambiamento sistemico era quello di tagliare ripetutamente la testa del nostro ego, giorno dopo giorno. E così facendo sopportare e modellare la vergogna e l’umiliazione di esporre i nostri lati ombra. Questo è il significato del servizio.

Una delle sfide persistenti che affrontiamo è il burn out e la sua ancella, la disperazione derivante da sentimenti non elaborati. Mentre il pianeta brucia, gli attivisti e coloro che lavorano fuori dal sistema si stanno bruciando. Non siamo in grado di mantenere i nostri livelli di attività. All’interno del sistema le cose non vanno molto meglio, nel Regno Unito (popolazione 60 milioni) sono state fatte 57 milioni di prescrizioni per psicofarmaci nel 2014 e stanno aumentando ogni anno [link: http://cepuk.org/2015/04/10/latest-prescription-data-shows-consumption-psychiatric-drugs-continues-soar/%5D

Il cambiamento esterno deve essere accompagnato dal cambiamento interiore. Questo semplice fatto non è sufficientemente riconosciuto nella Transizione o in altri movimenti per il cambiamento. Senza cambiamento interiore qualsiasi cambiamento positivo è cooptato dal vecchio sistema in modi che corrompono i cambiamenti altrimenti positivi e il vecchio sistema usa tali cambiamenti per promuovere gli obiettivi del vecchio regime. Alcuni esempi che vengono in mente sono la crescita verde, il movimento di felicità e benessere utilizzato dalle aziende per ottenere di più dai loro dipendenti e l’energia rinnovabile utilizzata per promuovere una maggiore crescita nel sistema. Forse la connessione tra questi esempi e il cambiamento interiore potrebbe non sembrare ovvia. La nostra mancanza di integrità personale e l’incapacità di riflettere su di sé e quindi di esaminare noi stessi è al centro di questi tradimenti.

5) Non operiamo su una scala che può creare la scala di cambiamento necessaria

Nel 2014 Peter Haff ha introdotto il termine “tecnosfera” [link: https://www.sciencedaily.com/releases/2016/11/161130085021.htm%5D per descrivere l’apparato tecnico da cui dipendiamo totalmente per rimanere in vita. Questi sistemi sono meraviglie della cooperazione umana che non hanno rivali nell’esperienza umana. Sono in molti modi il coronamento della nostra società industriale. Questi sistemi mondiali sono lontani di vari livelli di scala dalle nostre vite spesso locali, dove abbiamo la capacità di agire per creare il cambiamento. Persino i potenti giocatori in ciascun sistema sono vincolati. Questo perché nessuno è in cambiamento. Non esiste una supervisione democratica. Questi sistemi si stanno auto-organizzando in modo efficace, il che è di per sé un miracolo di cooperazione. Siamo interamente e completamente dipendenti da questi sistemi e non siamo in grado, finora, di creare alternative. Non siamo neppure in rapporto con quei sistemi, se non come consumatori passivi. Da qui la difficoltà nel cambiarle. Nessuna relazione = nessuna possibilità di cambiamento.

Alcuni dei sistemi a cui mi riferisco sono:
Il sistema globale di logistica e trasporti
Il sistema di produzione industriale interconnesso
Il sistema di telecomunicazioni e informazione
Le reti elettriche
Il sistema finanziario
Il sistema di estrazione delle risorse e mineraria
I media
I criminali e i fuorilegge compresi i terroristi e i paradisi fiscali off-shore, e il loro rovescio della medaglia: la giustizia penale e le agenzie internazionali per l’applicazione della legge.

È interessante notare che siamo riusciti a modificare i sistemi alimentari e l’energia in misura minore. E alcuni edifici, fibre e abbigliamento e letteratura e arte sono spesso più aperti al cambiamento. Anche se molti di questi sono spesso dominati da grandi giocatori globali. Ad esempio, 2-3 aziende dominano il sistema globale dei prodotti alimentari, sebbene la maggior parte della popolazione mondiale non sia alimentata dalle grandi aziende del business dei prodotti agroalimentari, ma da piccole aziende agricole locali. [https://permaculturenews.org/2014/09/26/un-small-farmers-agroecology-can-feed-world/]

La tecnosfera è diventata più potente dei governi ed è vista come troppo grande per fallire. Poichè si auto-organizzano non possiamo localizzarli, interrogare la loro leadership o chiedere loro di rendere conto, perché non c’è una leadership. La farsa delle ultime “violazioni dei dati” che hanno coinvolto Facebook, e la scia di funzionari del governo degli Stati Uniti che “interrogano” Mark Zuckerberg è un esempio di questa “danza del potere”. Una volta messe in luce le dimensioni, la portata e l’egemonia dei sistemi di cui è composta la tecnosfera, praticamente tutte le politiche e l’economia possono essere viste come interazioni e tensioni tra i diversi sistemi mentre manovrano per ottenere più potere e influenza. La maggior parte di ciò che viene riportato nelle notizie dominanti sono le tensioni e le lotte di potere tra questi sistemi. Questo è il motivo per cui (secondo me) gli sforzi della gente comune sono invisibili. Siamo al di fuori di queste lotte di potere e siamo ritenuti irrilevanti, o al massimo ‘bizzarri’ o anacronistici. Temo che siamo intrappolati in molteplici abbracci della tecnosfera che rendono la ri-localizzazione un gesto vuoto. Ovviamente, a meno che il fallimento dei sistemi complessi non provochi il collasso. [link: https://www.youtube.com/watch?v=G0R09YzyuCI ] In uno scenario di collasso, le alternative locali si formeranno e fungeranno da scialuppe in mezzo alle devastazioni e al caos che ne conseguiranno. Alcune voci autorevoli [link:[ http://www.lifeworth.com/deepadaptation.pdf ] ] stanno ora sostenendo che il collasso a breve termine – entro dieci anni – delle nostre società (in paesi ricchi “sviluppati”) è ormai inevitabile.

6) La nostra storia non è ancora chiara.

Transition Network ha fatto un ottimo lavoro definendo il racconto della Transizione:

La transizione è …
Un movimento di comunità che si uniscono per reimmaginare e ricostruire il nostro mondo.
Il flusso della storia
Un movimento si sta costruendo
Ecco le cose che tutte le persone diverse stanno facendo nelle loro comunità
È radicato nel prendersi cura di noi stessi, l’un l’altro e del mondo vivente
Questo dimostra che un futuro diverso è possibile quando ci incontriamo
(Facoltativo: ecco perché è necessario)
Ecco come puoi farne parte

È stato un ottimo inizio. Ho persino stampato delle magliette con queste parole.

Una grande storia ci ispira e ci commuove. Inizia con uno scopo e poi come riuscirai a raggiungere quello scopo. È semplice, diretta, facile da capire e parla dei fondamenti della vita; amore, pace, uguaglianza, connessione e fraternità. Ho avuto grandi speranze di una buona storia potente che molti gruppi di base potessero usare e anche altri giocatori e centri di potere potessero acquistare. Tutti quelli che proteggono la vita piuttosto che quelli che proteggono le culture patriarcali e basate sull’impero devono essere in grado di raccontare quella storia e ispirare con quella storia, altrimenti la vecchia storia, quella che ci ha portato qui, prevarrà. È così semplice. Ma ci vorrà un po’ di lavoro e di verifiche per farlo accadere. Framing the Economy di NEON [http://neweconomyorganisers.org/our-work/framing-the-economy] è un buon inizio, insieme al lavoro di George Lakoff e al New Citizenship Project di Jon Alexander . Raccontare una storia piena di speranza e ottimismo, cosa che il movimento della Transizione ha fatto, può aiutare a creare slancio per la portata del cambiamento necessario. Una nuova storia, testata e ritestata, potrebbe essere una leva importante per radunare un movimento che raggiunge la portata per il cambiamento.

Conclusione

Non stiamo riuscendo a creare il cambiamento necessario per mantenere la vita sulla terra così come la conosciamo.

Le singole organizzazioni di base da sole sono troppo piccole, e persino un movimento dal basso congiunto e completamente coordinato per il cambiamento (che ancora non esiste) è probabilmente ancora troppo debole e fuori dalla relazione con la tecnosfera e con le grandi strutture economiche per istigare il cambiamento sistemico.

È difficile pensare che il cambiamento arriverà dall’interno della tecnosfera.

Qualsiasi realistica speranza di cambiamento ad una cultura che sostiene la vita emergerà da una sinergia spaventosamente difficile e incredibilmente inconcepibile tra cambiamenti esterni (fisici, tangibili) e interiori (psicologici e psichici); in un mosaico di allineamento tra elementi culturali finora spesso non correlati o antagonisti – affari, governo, società civile, mondo accademico, gruppi religiosi, movimenti di sviluppo spirituale e personale, e altri.

Mentre ci sono frammenti intriganti di modelli funzionanti, non siamo ancora nemmeno vicini a sapere come potrebbe essere. Il progetto Atmos [ atmostotnes.org ] qui a Totnes è una intrigante collaborazione tra imprese, società civile e governo locale.

Ungersheim, Francia [https://transitionnetwork.org/stories/ungersheim-village-transition-france/] è una partnership creativa tra governo locale e la Transizione per creare cambiamenti sistemici. La piattaforma Ctrl Shift [http://www.ctrlshiftsummit.org.uk/] per la quale ho lavorato ha riunito organizzazioni di base che non avevano mai parlato prima. Ecolise, Smart CSOs e Covenant of Mayors sono esempi europei di come si possano intrecciare reti di reti, come BALLE [/bealocalist.org/] e Smart Cities. Il progetto Municipalities in Transition [http://municipalitiesintransition.org/] è un’altra rete simile di comuni che lavorano con organizzazioni di base per creare nuove forme di impegno politico ed economico. Tuttavia, tutti questi non sono ancora sufficientemente sviluppati per sfidare davvero il paradigma dominante.

Abbiamo creato la tecnosfera. Le nostre storie culturali, i nostri valori e le nostre credenze sono costrutti umani. Proprio come sono stati creati possono essere ricreati, in modo diverso. Come ho detto all’inizio, al momento non stiamo riuscendo a creare il livello di cambiamento necessario. Credo che abbiamo il potere di farlo. Dove e come quel potere emergerà, non lo so. Ma forse può farlo emergere un Noi più grande?

Questo blog è in parti uguali un’espressione delle mie paure per il futuro, un grido d’aiuto, una confessione pubblica dei miei personali sentimenti di fallimento, e una condivisione di quello che ho imparato e delle intuizioni che derivano da anni nel movimento della Transizione. È anche una chiamata a un modo di vivere vicino a noi in modo allettante ma ancora elusivo, che è pacifico, giusto, armonioso e accorda a tutti gli esseri il loro pieno potenziale di vita.

Questo blog fa molte domande e risponde a poche, per questo mi scuso. Vorrei avere più risposte, più speranza, più ottimismo. Invece, tutto quello che posso offrire sono più domande, una valutazione nuda e cruda dei movimenti per un cambiamento positivo, paure per il futuro, e un mucchio di incertezza. Sogno ancora che un giorno prima di morire potrò dire con certezza ai miei nipoti: “Avete tutte le possibilità di vivere una vita piena di pace, salute e felicità”.

Naresh Giangrande, Summer 2018
georgegiangrande@gmail.com
Ndr.In alcuni gruppi di Transizione sono nati contemporaneamente anche i gruppi per la cura di cuore ed anima

Heart and Soul Team


qui abbiamo per ora questo:

Cuore e Anima nei Gruppi


E speriamo ne nascano altri:-)
Glauco

CONFERMATO SEMINARIO RESILIENZA PERSONALE

26 gennaio 2015

Giovedì 26 Febbraio 2015 – dalle 16:30 alle 20:30 – a Verona, presso l’Opificio dei Sensi
Seminario con Mark Boylan
Indirizzato specificamente ai FACILITATORI di TRANSIZIONE

Durante questo workshop esploreremo insieme come possiamo nutrire la nostra resilienza personale: la resilienza del corpo, del cuore e della mente. E come possiamo sviluppare la resilienza dei nostri network, delle nostre reti e delle nostre organizzazioni. Organizzazione a cura di Silvana Rigobon

Per iscriversi compilare il  modulo http://goo.gl/forms/orP29oSOZs

Progetto Lavoro: ingrediente base per dare forma alla Ri-economy

12 dicembre 2014

logoAnche la recente visita di Rob Hopkins a Bologna ci ha dato modo di riflettere sulle potenzialità e sulle possibilità che questo momento storico ci offre per attivare il processo di transizione.

In questa visione, risulta imprescindibile un’attenzione alla costruzione di una nuova economia, un’economia circolare, attenta all’uso adeguato delle risorse, rivolta al benessere delle persone, per rendere resilienti le nostre comunità locali.

Da Transition Network arrivano in Italia molti esempi e molte buone pratiche di imprenditorialità finalizzare a dare forma ad una nuova economia che traghetti la vecchia idee di impresa, centrata solo sul profitto, verso l’economia della sostenibilità e della felicità, fortemente rilocalizzata e non più dipendente dalle energie fossili.

(more…)

Immaginiamo un quartiere felice a Catania dal 4 al 6 Dicembre al Festival della Felicità Interna Lorda

18 novembre 2014

Questo laboratorio si ispira alle Città di Transizione e al percorso della “Ri-economy”, che promuove un’imprenditoria locale, resiliente e portatrice di benessere sul territorio. Durante il Fil Festival Festa della Felicità Interna Lorda, proveremo a costruire, guidati da Deborah Rim Moiso, un “quartiere felice” che risponda ai nostri bisogni e rifletta le nostre aspirazioni.

fil

 

Quest’anno abbiamo scelto di dedicare il FILfest al tema delle Città Felici.
Vorremo tornare a riflettere sul nostro modello di sviluppo urbano, per capire come valorizzare un patrimonio relazionale capace di determinare il benessere delle persone, nei luoghi di lavoro come nella vita sociale e familiare.

Anche quest’anno il festival sarà auto finanziato, per sostenere il progetto potete fare una piccola donazione attraverso questa piattaforma

http://buonacausa.org/cause/filfest#.VEOHo6Ab8-Q.facebook

Il programma completo del Festival lo trovate qui:

http://www.filfest.org/?page_id=293

Ci vediamo a Catania, a presto!

Carote in mezzo al cemento: il ruolo dell’agricoltura urbana

27 ottobre 2014

Da “Transition Culture”. Traduzione di MR

 

Mentre gli architetti e gli sviluppatori pianificano nuove evoluzioni, pensano sicuramente a strade parcheggi e impronte ma pensano anche a piantagioni produttive, al ruolo degli orti sui tetti ed alla biodiversità? Quasi sicuramente no. Avendo visto alcune grandi iniziative di agricoltura urbana negli ultimi due anni, questo sembra un peccato per due ragioni. Primo perché l’agricoltura urbana sta rapidamente prendendo piede, quindi lasciandola fuori vengono lasciati indietro – e secondo perché stanno progettando per un futuro che ne avrà molto bisogno. L’agricoltura urbana è l’avanguardia. E’ ciò di cui abbiamo bisogno adesso.

Per inserire l’agricoltura urbana, e il suo potenziale, nelle nostre discussioni di questo mese su “Re-immaginare il Sistema Immobiliare”, cosa c’è di meglio che parlare con André Viljoen e Katrin Bohn, architetti, accademici ed autori del libro recentemente pubblicato Seconda Natura: progettare città produttive. Il loro primo libro, Paesaggi Produttivi Urbani Continui (PPUC), pubblicato nel 2004, mette il concetto dell’agricoltura urbana nell’agenda della professione dell’architetto. Le cose sono cambiate molto da allora. Li ho raggiunti su skype poche settimane fa. Come mi ha detto André, la reazione quando 10 anni fa hanno proposto agli editori un libro sull’agricoltura urbana è stata “agricoltura? Noi facciamo architettura”!

Il cambiamento da quando è uscito PPUC è stato notevole. Per esempio, la città di Berlino ora ha adottato una strategia urbana che vuole ospitare panorami produttivi e molte delle storie di come si sta diffondendo nel mondo sono catturate nel libro (alcune iniziative di Transizione e il loro lavoro sulla produzione urbana di cibo compaiono a loro volta). Il libro è presentato come una rassegna delle più recenti ricerche e progetti così come “una cassetta degli attrezzi tesa a rendere possibile l’agricoltura urbana”. Riesce molto bene in entrambe le cose.

Agricoltura urbana e nuova economia

Una delle prime cose che spicca nel nuovo libro è la misura in cui le iniziative di agricoltura urbana, in modo analogo ai gruppi di Transizione, stiano sempre più guardando alla fattibilità economica in quello che stanno facendo. Ho chiesto a Katrin di questa tendenza:

Alcuni degli esempi del libro funzionano ci si guadagna da vivere. Solo se le imprese riescono a fare questo c’è un futuro per la coltivazione urbana di cibo. Ciò non significa che questi schemi commercialmente fattibili debbano essere commercialmente fattibili in un modo orientato al profitto. Possono essere imprese sociali. Ma ciò che è stato notato negli ultimi 10 anni, ciò che è realmente cruciale, è che se vogliamo mantenere il presupposto per cui l’agricoltura urbana possa cambiare l’apparenza fisica delle città, allora dobbiamo fornire concetti in cui l’agricoltura sia anche un fattore economico. Non posso dire orti comunitari”.

Per Katrin, la nascita di progetti fattibili commercialmente di agricoltura urbana nel mondo le danno, come lo esprime lei, “il diritto di dire sì, l’agricoltura urbana è stata una buona idea. Perché possiamo vedere che queste versioni fattibili stanno cominciando a funzionare”.

One of Growing Communities' market gardens in Hackney. Uno degli orti urbani comunitari di Hackney

Uno dei migliori esempi di questo, che André ha indicato, è Growing Communities a Hackney, a Londra. Hanno costituito un’impresa in espansione che coinvolge formazione, orti urbani ed un modello in evoluzione per come Londra potrebbe alimentare sé stessa. Tuttavia, André ha riconosciuto che:

Mentre possiamo vedere la nascita di progetti che stanno cominciando ad essere economicamente fattibili, c’è ancora molto duro lavoro e le persone che li gestiscono ci mettono molta energia. Molti di loro hanno altri redditi”.

Come esempio, ha citato quello che probabilmente è l’azienda agricola su tetto più famosa, la Brooklyn Grange Farm a New York. La loro fattibilità commerciale deriva non solo dalla produzione alimentare, ma dall’aver tenuto un approccio imprenditoriale più ampio. Come lui mu ha detto:

Hanno operato commercialmente in relazione alla quantità di cibo, che va bene, ma hanno anche affittato lospazio all’aperto come luogo per celebrazioni, matrimoni, feste ed eventi. Questa è una parte importante del loro reddito. Sono agili, coltivano alimenti in modo molto intenso e convenzionale e penso che la domanda interessante si se i sistemi idroponici possano essere convertiti in sistemi acquaponici, che ci portano più vicini ai sistemi ad anello chiuso”.



Brooklyn Grange Farm, New York

 

Le sfide dell’aumento di scala

 

Un’altra chiave per fare agricoltura urbana economicamente fattibile, secondo André, è essere visti come una parte integrante dei sistemi di ciclo chiuso che usano gli scarti per il compost e il nutrimento. Come dice lui:

Se si comprende questo, allora la possibilità di renderlo commercialmente fattibile pensando ad esso in relazione al flusso di scarti diventa più probabile”.

Ma come possiamo aumentarlo di scala? Mi intriga sapere come pensano come potremmo vedere più abilmente adottata l’agricoltura urbana e più ampiamente dai progettisti e dagli architetti come luogo comune della vita nel pianificare nuovi sviluppi. Katrin mi ha detto:

A Brighton, dove risiediamo entrambi, il Comune ha inserito un piccolo cambiamento sul sito web fra i requisiti che controlla, al momento dell’inserimento delle domande di costruzione, non solo se si fornisce un parcheggio o sufficienti superfici di finestre o balconi, ma anche se questo nuovo sviluppo fornisce spazio per la coltivazione del cibo”.

Per lei, potrebbe essere attraverso questa tipologia di leggi, in cui Brighton ed altri sono pionieri, che l’agricoltura potrebbe venire meglio accettata ed attecchire. “Il modo migliore potrebbe esserePAN-150x213 attraverso queste leggi di modo che la gente capisca che la loro amministrazione locale richiede qualcosa e che essa ne ha un vantaggio”, mi ha detto.

Il precedente di Brighton emerge da Coltivazione del cibo e sviluppo, una nota consultiva di pianificazione sviluppata dal Comune in associazione con Brighton e Hove Food Partnership. Pur non essendo condizioni per ottenere il permesso di progettazione, significano che se si intraprendono certe attività, la domanda sarà vista più favorevolmente. A Brighton, André mi ha detto: “questo ha avuto un impatto notevole sul numero di domande che includono spazi per coltivare cibo al loro interno”. Questo poi, naturalmente, porta a nuove sfide. Come dice André:

La sfida che emerge è che se si introducono spazi per coltivare il cibo, sappiamo come progettarli, ma c’è il problema di chi li gestisce e li mantiene e questo in alcuni progetti è ancora una sfida”.


Mappare i benefici dell’agricoltura urbana

Uno dei modi chiave per espandere l’agricoltura urbana è quello di puntare sulla base delle prove accumulate dei suoi impatti benefici. Come mi ha detto André:

Ci sono molti lavori che documentano i benefici per la salute mentale dell’accesso a spazi aperti, la coesione sociale si giova dalla coltivazione di cibo da parte della comunità. Il programma Pollice Verde a New York, che sostiene gli orti urbani, ha accumulato un bel po’ di prove a favore dei benefici sociali e di salute, sia fisici sia mentali, di quegli spazi”.

Ci sono anche altri benefici. André ha indicato il High Line a New York e anche se ha prevalentemente piante ornamentali piuttosto che commestibili, è comunque un enorme attrazione per la gente, cosa che ha aumentato i prezzi delle proprietà nella zona. Il Prinzessinnengarten a Berlino ha dimostrato che l’agricoltura urbana è un’estetica che piace ai turisti e un altro orto urbano, Marzahn, sempre a Berlino, sta dimostrando come l’agricoltura urbana stia aumentando l’attrattiva di un quartiere povero.



Arnie al Prinzessinnengarten, Berlino.

Un altro beneficio, uno che abbiamo già esaminato in un tema precedente, è che la misura in cui l’agricoltura urbana (e la Transizione, del resto) può essere vista come una strategia di salute pubblica. E’ un’idea a cui André ha pensato:

C’è l’idea delle “città che favoriscono la salute” ed attività come l’agricoltura urbana sono del tutto adatte a quel filone di pensiero, probabilmente più delle ‘palestre verdi’. Ma ci sono alcune prove che sarebbero davvero interessanti da verificare. A Middlesbrough abbiamo fatto un progetto chiamato DOT, “Design of the Times 2007”, che introduce l’agricoltura urbana a Middlesbrough su una serie di scale diverse.

Una nostra studentessa che ha intervistato i residenti ha scoperto che a Middlesbrough la gente che ha cominciato a coltivare cibo, anche se in forma del tutto simbolica tipo coltivare un paio di pomodori e cose del genere, ha cominciato realmente a cambiare comportamento. Ha cominciato a comprare cibo di stagione ed a mangiare più frutta fresca e verdure. Lei ha confrontato la gente che vive a Cambridge a quella che vive a Middlesbrough ed ha scoperto che a Cambridge, dove la gente era già molto impegnata con massaggi salutari e dove era consapevole dei fattori ambientali, più che a Middlesbrough, la coltivazione del cibo non ha avuto un impatto così grande.

Ma in un posto come Middlesbrough ha comportato un enorme cambiamento di comportamento. Ciò non è mai stato, a quanto ne so, oggetto di una ricerca più rigorosa. Pensiamo che probabilmente sia una di quelle attività che la gente cerca sempre, attivita che favoriscono il cambiamento di comportamento direttamente collegate ai miglioramenti della salute”.

Per Katrin, è anche un metodo semplice per trasmettere educazione ambientale generale:

Che siano luoghi dove si coltiva cibo di tipo commerciale o comuni, molti progetti si impegnano anche in attività educative, gruppi scolastici o sessioni specifiche dove si impara a riconoscere le diverse lattughe”.

L’agricoltura urbana e la professione di architetto

L’architettura è, come il mondo della moda, incline alle mode. Ciò che va un anno, il successivo è già passato e l’idea all’avanguardia di quest’anno in quattro anni potrebbe essere “come nel 2014”. Come si potrebbe evitare questo? Come assicurare che l’agricoltura urbana rimanga? Katrin ha riconosciuto che questo potrebbe essere un rischio:

Questo pericolo è una delle ragioni per cui molti protagonisti del movimento della coltivazione urbana di cibo sono consapevoli che le loro idee devono fare questo salto nella politica. Influenzare in maniera sostenibile le politiche di progettazione è molto importante. L’architettura è alla moda e segue la moda, ma segue anche le richieste dei suoi clienti. Così, fincheé il cliente richiede questi spazi per produrre cibo gli architetti li accontenteranno”.

André ha aggiunto:

Siamo ad uno stadio in cui abbiamodavvero bisogno di far capire alla gente il significato di questi spazi in termini di parte dell’infrastruttura ecologica della città che la gente percepisce come spazi essenziali, parte dell’infrastruttura essenziale all’interno di una città. Se viene creato questo cambiamento mentale e pensiamo che ci siano prove sufficienti che lo sostengono, allora questi spazi diventeranno parte integrante delle città. E’ proprio questo lo stadio in cui ci troviamo, credo”.

Partendo da questo, per André e Katrin, una parte chiave del rendere mainstream l’agricoltura urbana è attraverso la buona ricerca. Fanno parte del progetto di ricerca chiamato Trasformazioni Urbane dalla Pratica alle Politiche. In termini di ricerca, André punta sul lavoro di Debra Solomon in Olanda, chiamato ‘Urbaniahoeve’. Là hanno introdotto paesaggi alimentari in diverse città. Il punto centrale del loro lavoro, nel lasso di tempo che porta ad una conferenza nel settembre 2015, sarà sviluppare strumenti per far leva sul cambiamento delle politiche riguardo all’agricoltura urbana.


 

Ultimi pensieri

Architettura Urbana Seconda natura è proprio straordinario. Se dobbiamo proprio costruire ambienti che sono ‘chiusi’ all’interno del futuro radicalmente a basso tenore di carbonio, dobbiamo creare, non possiamo davvero permetterci di costruire qualsiasi nuovo sviluppo che non includa l’agricoltura urbana. Dev’essere ovunque e chiaramente in questo momento non sta avvenendo abbastanza rapidamente. Viljoen e Bohn affrontano questo aspetto da diverse angolazioni e c’è qualcosa in questo che ispira le persone che rientrano in una gamma, da un lato, di chi si chiede come coltivare cibo nella città in cui vive a, dall’altro lato, dei pianificatori e progettisti che vogliono intraprendere progetti di scala ambiziosi. Difficile raccomandarglielo abbastanza.

Chi sono?

AndreSono André Viloen e sono un architetto. Attualmente lavoro all’Università di Brighton dove con Katrin Bohn abbiamo insegnato in un programma per studenti del Master e prima fare questo ero molto impegnato nella ricerca di un’architettura di edifici a basso uso di energia e come renderli passivi. E’ così che siamo arrivati ad interessarci all’agricoltura urbana”.

Katrin BohnSono Katrin Bohn, anch’io insegno all’Università di Brighton, ma ho anche una cattedra come esterna all’Università Tecnica a Berlino e in entrambi i casi cerco di lavorare il tema del cibo e la città. Con André condivido anche il lavoro alla Bohn and Viljoen Architects, che ora piuttosto ridotto, facciamo più che altro consulenza, installazione, studio di fattibilità. Di nuovo, siccome quel tema dei paesaggi produttivi è diventato così importante per noi, è ciò che facciamo prevalentemente. E ci piace”.

Perché ‘Agricoltura Urbana Seconda Natura’?

(Dal libro): “Il termine ‘seconda natura’ ha un doppio significato: da un lato descrive le abitudini ed i costumi integrati e normalizzati che hanno luogo senza un pensiero, dall’altro lato si riferisce allo spazio coltivato fatto dall’uomo che ci circonda in modo analogo alla (prima) natura”.

Selezionato dall’intervista completa che ho fatto a Andre e Katrin. Potete ascoltare l’intervista completa, o scaricarla, sotto.

https://soundcloud.com/transition-culture/viljoen-and-bohn-on-designing-productive-cities

Ci serve la crescita economica?

17 ottobre 2014

Salve a tutt*,

ho pensato che l’articolo suggerito da Cristiano nel suo ultimo post, dove presentava la locandina dell’evento bolognese di mercoledì 29, valesse la pena di essere tradotto, quindi eccolo qui.

Ci vediamo a Bologna?

Buona lettura.


Osiamo mettere in discussione la crescita economica?

Da “The Guardian”. Traduzione di MR

Ci hanno venduto in maniera molto efficace la storia che la crescita infinita sia essenziale per mantenere e migliorare la nostra qualità della vita. Ma questo non potrebbe essere più lontano dalla realtà.

Di Warwik Smith



Il pianeta ha risorse finite. Foto:Reid Wiseman/NASA/Rex/Reid Wiseman/NASA/Rex

Il perseguimento infinito della crescita economica ci sta rendendo infelici e rischia di distruggere la capacità della Terra di sostenerci. La buona notizia è che muoversi per rendere le nostre vite più sostenibili ci renderà anche più felici e sani. Vi piacerebbe un fine settimana di quattro giorni, ogni settimana?

Sono stato a due conferenze con premesse di base analoghe, nell’ultimo anno. La prima è stata all’Università Nazionale Australiana sull’economia ecologica e la seconda, appena la scorsa settimana, è stata sull’economia di stato stazionario all’Università del Nuovo Galles del Sud. La premessa dietro ad entrambe le conferenze è semplicemente ed innegabilmente vera, tuttavia è così destabilizzante da essere fondamentale per il nostro attuale stile di vita:
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Autonomia energetica, autosufficienza alimentare e libertà di pensiero

5 settembre 2014

Ciò che ha valore tecnico ha sempre anche un valore etico. Durante i primi corsi sul picco del petrolio e le fonti di energia rinnovabile, realizzati negli anni ’90 ricordavamo sempre una delle massime che ci ha insegnato Enrico Turrini (La Via del Sole): “prima di scegliere la fonte di energia da utilizzare devi decidere quale società vuoi in futuro”.

In questo senso è necessario sviluppare e sostenere strumenti collettivi che ci permettano di costruire sistemi energetici resilienti e locali, oltre che rinnovabili. In Italia lo sviluppo delle energie rinnovabili ha un discreto successo, ad esempio il solo fotovoltaico produrrà quest’anno in Italia circa 23 TWh di energia elettrica (quanto consumano circa 7 milioni di famiglie). Ma il valore che diamo a questa tecnologia non può essere solo di tipo tecnico. Un MW di impianto fotovoltaico realizzato sul terreno agricolo con fondi e procedure dubbie, vedere i casi di infiltrazione mafiosa in alcuni progetti, non può essere da noi paragonato a un MW realizzato sui tetti delle case dei cittadini italiani con fondi propri e leciti oppure ad un impianto realizzato su di un capannone con fondi di una cooperativa solare. Con mezzi diversi si raggiungono obiettivi diversi.

Irrigazione solare a Cuba (ARCS)

Irrigazione solare a Cuba (ARCS)

 

Per dare un senso pratico al nostro lavoro sulla decrescita energetica, iniziamo a conoscere alcune esperienze concrete. Questa volta lascio parlare un amico esperto di energie rinnovabili: Leonardo Berlen, responsabile della redazione e del coordinamento di QualEnergia.it.

Chi vuole far parte del gruppo “Decrescita Energetica” formatosi durante l’ultima, per ora unica, mitica “Transition Fest” può scriverci (reseda@resedaweb.org).

 

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Ultima Chiamata a Urbania

18 maggio 2014

Salve a tutt*,
per chi dovesse trovarsi dalle parti di Urbania (Pesaro – Urbino) il 21 di maggio, potrebbe essere interessante partecipare alla proiezione del film-documentario “Ultima Chiamata” di Enrico Cerasuolo.

Ancora? Be’, sì. Dopo l’accordo siglato fra Transition Italia e la produzione del film, finalmente possiamo promuoverlo nella sua versione integrale (quella della Rai era forse troppo “ridotta”).

Trovate i dettagli qui.

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Disegnare la resilienza Alimentare

27 marzo 2014

Interessante l’incontro del 23 marzo ai Castelli Romani, molte realtà si sono riunite per condividere le proprie esperienze sul tema della Permacultura e degli orti collettivi con l’obiettivo di creare una agricoltura resiliente ai Castelli Romani. Una idea bioregionale di permacultura sociale che persegue i principi di condivisione delle risorse e di attenzione alle persone e alla terra. Durante l’incontro sono state presentate molte iniziative nate o realizzate nella Bioregione dei Castelli Romani.

Fondamentalmente è stato l’incontro tra persone e gruppi che fanno Permacultura, vogliono creare o già gestiscono orti collettivi, cooperative agricole, piccoli coltivatori con lo scopo di costruire un sistema resiliente di agricoltura ecologica e solidale. Una giornata di lavoro collettivo con i metodi di partecipazione delle Transition Town.

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Spunti per facilitare il cambiamento 3

28 gennaio 2014

Come discutere la Transizione con … n° 5: gruppi religiosi

Da “Transition Culture”. Traduzione di MR

La sfida

Come può la Transizione approcciarsi più abilmente coi gruppi religiosi locali e quale  terreno comune si può trovare sul quale costruire una buona relazione che funzioni?

Punti chiave

  • Identificate le persone con le quali è meglio parlare.
  • Cercate un terreno comune sui problemi di pace e giustizia o del “bene comune”.
  • Molte delle discussioni che avvengono all’interno della Transizione avvengono anche nelle comunità religiose. (more…)

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